SOUNDAY TIMES


Pubblicazione sul mondo del sound design
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Galileo Galilei

Phil Minton's Feral Choir all'Ivan Illich

voci e suoni del quotidiano

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"Incoraggio le partecipanti a prendere consapevolezza della loro capacità di produrre suoni che portano un contributo estetico positivo alla condizione umana, alcuni di questi contributi sono slegati da influenze culturali o referenziali." Phil Minton

Respiro profondo e poi tutti giù a ridere di pancia, con la voce, a bocca spalancata, piegandosi su se stessi per il grande sforzo e indicando casualmente gli altri come avessero un cappello ridicolissimo in testa, trucco da pagliacci o qualcosa del genere, perché noi mica siamo abituati a ridere così, senza motivo... ma basta che uno inizi  a farlo per finta, magari uno come Phil Minton, un gentile e raffinato signore inglese, musicista e storico vocalist improvvisatore dell'avanguardia europea, nonché assiduo ricercatore di suoni della quotidianità, che lo si segue senza indugi, ognuno col proprio modo di esprimersi.

Così, una cinquantina di persone  che in molti casi non si conoscono, si abbandonano alla socializzazione, seguendo semplici gesti e indicazioni del maestro, attraverso giochi ed esercizi al di qua di qualsiasi idioma.  Ogni canto, improvvisazione o conversazione è fatta di movimenti, versi, singoli suoni e motivi accennati.

Siamo a Bologna, nella sede della Scuola Popolare di Musica Ivan Illich per un seminario di tre giorni con Phil Minton

 

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Il progetto del Feral Choir ormai da anni coinvolge in più parti del mondo le persone (o liberate belve cantanti) con esperienze musicali e sonore più disparate.


Anche alla Scuola Popolare di Musica Ivan Illich (luogo più che mai adatto a un lavoro del genere per la sua intrinseca eterogeneità e per l'attenzione all'improvvisazione trasversale ai generi, come strumento didattico ma anche di socializzazione), i partecipanti sono cantanti, musicisti, ma anche solo parlanti che vogliono indagare aspetti sconosciuti della propria voce. Tutti siamo in grado di produrre suoni e di sperimentare, a prescindere dal livello di preparazione tecnica musicale.

 

Phil Minton parte proprio dall'esperienza di percezioni sonore comuni a tutti per lavorare sui parametri principali della musica: dinamiche, intensità del suono, timbri, ripetizioni di motivi semplici, incastri ritmici, sviluppo della consapevolezza di un contesto sonoro e attenzione alla pratica dell'ascolto. Tutto ciò sia all'interno del coro che quando si è soli, per strada, alle prese con le attività di vita quotidiana, in città affollate, tra persone sconosciute.


Quindi si usano come riferimenti spazi e situazioni sonore in cui capita di ritrovarsi di frequente; per esempio si simula il brusio continuo di un ristorante affollato, con un chiacchiericcio fatto di non parole, a labbra strette, balbettando o producendo gorgoglii, con l'effetto di un nastro che gira al massimo della velocità, lasciando solo un senso musicale di più conversazioni incalzanti, che si sovrappongono ma a volume moderato. Il secondo livello di questo esperimento è la conversazione dopo qualche bicchiere di vino e gradualmente verso l'ubriachezza, per cui nella stessa situazione, i parlanti inconsciamente rendono più esplosiva e "allegra" la conversazione, e questo si manifesta nel coro con notevoli variazioni nel volume e nei modi di "dire" le stesse cose o forse non le stesse... un'altra situazione in cui tutti ci siamo trovati decine di volte è la metro o il tram, senza distrazioni di alcun tipo, in silenzio, all'ascolto di fischi, porte che sbattono, freni che stridono, sedili che cigolano, loop di voci che ci indicano le fermate successive e soprattutto gli iPod.

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Chi non ha mai fatto caso al tunz tunz, pis pis, sss sss, unici superstiti sonori alle cuffie nelle orecchie di chi ci sta vicino?

 

Quando cinquanta persone ricordano contemporaneamente le impressioni sonore all'ascolto dall'esterno dell'iPod, e producono per esempio suoni a denti stretti, come quando zittiamo qualcuno, ecco che nasce un nuovo spazio sonoro.

 

Quello che avrebbe dovuto ricordare il suono di un tecnologico iPod si trasforma lentamente in un mare impetuoso le cui onde sbattono contro gli scogli, o un cumulo di foglie secche trasportate dal vento autunnale. Le indicazioni di Phil Minton in effetti ricordano un'onda che si alza da un lato del coro a un gesto della mano quando il volume deve salire e viceversa, come se il gruppo, diviso in due parti, fosse pesato su una una bilancia che misura le intensità dei suoni.

 

E poi ancora, su un tappeto sonoro di una nota prodotta all'unisono si sviluppano improvvisazioni singole molto diverse che a volte si incastrano, a volte si seguono, altre si allontanano, producendo in chi ascolta straniamento. La forza di cinquanta voci che interagiscono, si conoscono e collaborano può essere enorme, tanto da creare momenti quasi di trance, se non altro nel superamento di se stessi, mettendosi in gioco, per dare un totale contributo sonoro al gruppo. A occhi chiusi nei momenti di improvvisazione collettiva è come ritrovarsi in un vortice di mille stimoli emozionali, spinti dalla corrente del suono che si autoalimenta.

 

Dallo stato ferino non si può più uscire, perché è dentro di noi, è intorno a noi, basta ascoltarlo e riconoscerlo.


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