SOUNDAY TIMES


Pubblicazione sul mondo del sound design
Dopo il silenzio ciò che si avvicina di più nell'esprimere ciò che non si può esprimere è la musica.

Aldous Huxley

"La canzone che mi passa per la testa"

racconto di suono di Fabio Nardelli

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"Quando ero fanciullo... non proprio bimbo ma ancora in quell'età in cui le tracce del delirio di onnipotenza non sono completamente svanite dal nostro essere, pensavo diverse cose straordinarie su di me. Pensavo di essere il dio del vento casualmente nato in una famiglia di campagna. Ne avevo la prova, guardavo le nuvole e ordinavo loro di spostarsi e queste, naturalmente si spostavano. Magia e potenza dell'ignoranza.

Ero convinto inoltre di essere capace di far pensare agli altri quello che io stavo pensando. Ne avevo la prova con le canzonette.

Mi canticchiavo in testa una canzonetta e dopo un po sentivo mia madre che la cantava o un amichetto, persino uno sconosciuto per la strada.

Poi passata la linea d'ombra, non solo della mia fanciullezza, ma della stessa cinica gioventù che ci è toccata, tutte queste sciocchezze sono scomparse, relegate nell'angolo in cui un ricordo può ancora strappare un sorriso.

 

 

 

Pochi giorni fa però. Pochi giorni fa, per una delle traversie della vita mi sono trovato in un ospedale.

In un ospedale nel caldo luglio 2009. Avete presente... Le sfighe, la gente malata, i medici, i paramedici, gli ausiliari, i barellieri, io. Tutti con lo stesso motivetto in testa. Tutti persino l'avvocato novantaseienne operato alle corde vocali pareva canticchiarla col poco alito di vita rimastogli. Ero io a trasmetterla? Ero io a fargliela pensare? E no! Non un motivetto così banale: "Con te partirò / bla bla bla bla bla bla / con te sicuro andrò". E come in un continuo coito interrotto nessuno sente mai il finale.

 

Potenza della banalità, della ripetitività, della catodicità, della pubblicità. Giovani, belli, magri, ben pettinati e senza brufoli viaggiano tutta l'estate e con loro paiono viaggiare tutti, persino i pazienti degli ospedali. Persino quelli che l'abbonamento non se lo possono permettere. Persino quelli che "c'è la crisi baby".

 

Un'ipnosi collettiva che molto somiglia a un'altra esperienza fanciullesca. Quella con la prima esperienza con la pornografia. Il giornaletto che l'amico ti mostra. Il sesso praticato dagli altri che rimane nella tua testa, fino all'ossessione, alla sudarella, alla masturbazione. La sembianza di sesso che sesso non è, immaginando, ricordando quello degli altri.

 

Ecco cos'è quella canzonetta. Una metafora del catodico, modello della vita degli altri, imposto per ripetizione ossessiva a chi quella vita, non la fa, non se la può permettere non fosse altro perché ha un brufolo.

Negli ospedali tutti partono, persino i terminali. Stanno fermi e partono, solo che, come tutti gli altri, hanno dimenticato la meta."

 

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