SOUNDAY TIMES


Pubblicazione sul mondo del sound design
Non è la voce che comanda la storia: sono le orecchie.

Italo Calvino

Club dei 27 la musica si fa uomo

Memorie di una serata nel club musicale più esclusivo

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La serata è fresca e per le strade di una città dorata ci muoviamo respirando odori di tigli. A Parma le nove di sera sono un'ora di confine tra le incalzanti attività del giorno e quelle più goderecce e rilassanti della notte e per le strade pavimentate a pavé non c'è nessuno. E in quest'ora in cui i lampioni retrò simulano una luminosità preelettrica, avanziamo per strada Farini fino al numero 25. Bussiamo con circospezione e un tiraporta elettrico spalanca il portoncino su un corridoio stretto e poco illuminato. "Da questa parte" una voce un po' baritonale, ci chiama invitandoci verso una porta illuminata. Varcato l'uscio l'atmosfera si fa più luminosa le pareti bianche e pulite ospitano una quantità indefinita di attestati, benemerenze, foto d'epoca. Una guida rossa ammorbidisce i gradini di pietra che ci portano a qualche metro più sotto, in questa cantina famosa dove si distilla e si conserva il meglio della tradizione verdiana: il Club dei 27.

 

Lo spazio è davvero esiguo ma qui, gli ospiti sono ammessi solo in rare occasioni, sulle pareti foto storiche, attestati, testimonianze, registrazioni di opere e su uno scaffale 27 boccali con su incisi i nomi delle opere di Verdi. Avanza un signore dai capelli bianchi e l'aria gioviale che si presenta "Io sono Rigoletto, e sono il presidente del club".

Nessun attacco di follia qui tutti i componenti hanno il nome di un opera del maestro di cui sono orgogliosi più che di quello all'anagrafe. Della loro opera conoscono tutta la storia, la partitura, il libretto, gli aneddoti. Sono un po' come gli uomini libro del romanzo di Bradbury, Farenhait 451, testimonianze viventi dei capolavori da cui prendono il nome. Con molta emozione stringo la mano a Aida, I due Foscari e perfino a Stiffelio che si lamenta di essere così poco rappresentato.

Il club fu fondato nel 1958, su iniziativa di Carlo Ziveri che nel primo storico sorteggio per l'assegnazione delle opere fu I Vespri. Non ci sono donne nel club "non per maschilismo - spiega il presiedente Umberto Tamburini - quanto per tradizione e poi di solito le donne anche se amano l'opera non sono delle sostenitrici sfegatate, a noi piace invece lasciarci andare all'entusiasmo.... ". I soci del club sono tutti espertissimi di musica anche se non c'è alcun musicista o musicologo, partecipano a certamen su Verdi e la sua poetica riuscendone vincitori e si occupano di diffondere la cultura verdiana attraverso diverse attività promozionali. Il concorso per i bambini delle scuole elementari, "Conosci Verdi?" oggi alla sua XXV edizione.

"Verdi è molto più di un musicista - commenta Tamburini - è il portatore di valori umani di grande profondità. Diffondere la cultura verdiana non significa solo tener viva la fiaccola del ricordo di quelle opere meravigliose di quella musica che accarezza il cuore, ma lasciare ai giovani il testimone dei principi di lealtà, onore, coraggio che sono scolpiti nella sua musica".

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I ventisette sono operai, impiegati, commercianti, industriali, liberi professionisti, animati da una sola passione: come è scritto sulla targa ai piedi del busto di Verdi, "ci nutriam di lui come di pane". Il club aveva anche uno dei più temuti palchi del teatro Regio "Adesso non c'è più. Una volta forse c'era una passione più vera per cui ascoltare una nota stonata o non fedele alla tradizione ci sembrava un delitto e allora giù fischi e imprecazioni, era soprattutto il loggione a scatenarsi quando qualcosa giù in palcoscenico non andava come doveva".

Nel loggione del Regio di Parma si sistemava il pubblico più esigente quello che non si lasciava sedurre dalla mossette, dai costumi ma che voleva sentire le voci. E imprecava con colorite frasi in vernacolo tributava onori e precipitava nel più profondo disprezzo. "Ci tornano alle orecchie le parole di un altro membro del club Nino Schittone, oggi purtroppo scomparso, che una volta ricordando con nostalgia i tempi del Regio disse "Oggi, i giovani che vengono all'opera sono molto competenti e più raffinati di quanto lo eravamo noi, ma non è più il cuore o l'istinto che si cercano in una rappresentazione e la testa si sa è molto più tollerante".

Anche qui nel covo c'è molta cordialità ma si fanno poche smancerie anche perché l'occasione dell'invito è solenne: durante la serata Riccardo Muti sarà insignito del titolo di "Cavaliere di Verdi". L'onorificenza è prestigiosa e vale a testimoniare l'impegno dell'artista nel diffondere nel mondo la cultura e l'amore per il maestro. Il primo ad essere stato insignito di questa onorificenza era stato il Baritono Giuseppe Valdengo nel 1982, da allora si vantano del medaglione con l'effige del Maestro bussetano, Luciano Pavarotti, Mirella Freni, Romano Gandolfi, Claudio Abbado, Leo Nucci, Renata Tebaldi, Renato Bruson, Beneamino Gigli (alla memoria), Franco Corelli, Carlo Bergonzi, Piero Cappuccilli, Giulietta Simionato.

Ad un tratto si fa silenzio, i 27 con il loro illustre ospite entrano in una sala appena un po' più grande e prendono posto su scranni spartani che hanno sulla base inciso i nomi delle opere. Riccardo Muti è in piedi. Gli ospiti fuori ordinanza rimangono oltre un cancello di ferro battuto che si chiude alle spalle di questi sacerdoti della verdianità. Le luci si abbassano fino ad una leggera penombra che rischiara di una aura soprannaturale il busto di bronzo di Giuseppe Verdi, imponente in una piccola nicchia nella parete difronte all'entrata. Le note del Va, pensiero diretto da Abbado ("speriamo che il maestro Muti non se ne abbia a male" si preoccupano premurosi i 27) echeggiano in quello che adesso sembra un vero antro da melodramma. Questo raccoglimento commosso, la penombra, i volti che baluginano alla luce delle candele, mentre il bronzo sullo sfondo sembra sorridere compiaciuto, fa sembrare le figure, 27 personaggi in cerca d'autore. Un giorno di regno, I Masnadieri, Il Trovatore, tutti ascoltano con devozione e ispirazione il canto che li ha generati e nei cuori visibilmente commossi ripetono quelle note e quelle parole che in tutto il mondo tramandano valori antichi e sacri, la terra natia, l'Amore, la Poesia.

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Si dice che ciascuno dei 27 conosca così bene la sua opera che in qualsiasi momento potrebbe sostituire uno degli interpreti in teatro. "Ma non sono cantanti" affermerà qualcuno, tuttavia vedendoli così commossi e ispirati non possiamo fare a meno di pensare che il loro convincimento naturale, "o si fa Verdi o si muore" li condurrebbe all'esecuzione migliore che abbiate mai potuto ascoltare. Il raccoglimento si infrange in un applauso al termine del celebre coro. Le luci si accendono: Muti è commosso. "Mi rende pieno di emozione la discesa in questo luogo che può ben dirsi la vera tomba di Verdi, dove lui vive in cui lui vive perché in Verdi la morte non è conclusione ma è sempre speranza. Questo arrivo così misterioso, così verdiano, perché Verdi non è solamente fuoco ma è anche notte e mistero e il mistero è la caratteristica più importante di Verdi e voi l'avete sentito perché non mi avete accolto con i clamori di una luce penetrante ma con il mistero che è tipicamente verdiano".

Gli applausi sono fragorosi. "Io mi sono chiesto come mai quando Verdi viene stravolto, viene amputato, viene posposto, - si anima Muti - i parmigiani che dovrebbero tutelare la verdianità, non fanno sentire la loro voce". L'assemblea si anima. "Quindi io vi ringrazio perché significa che con tutti i discorsi che ho fatto negli anni passati e tutte le polemiche che ogni mia opera verdiana ha comunque generato, il fatto che voi che siete i cultori più vicini a lui e in un certo senso i depositari, fino al punto da portare il nome di una sua opera, se mi avete dato questo - dice indicando il medaglione- significa che io debbo andare avanti su questa strada. Io mi auguro che qualche altro mio collega mi aiuti in questo cammino, perché essere soli può essere motivo di orgoglio, però abbiamo bisogno di lavorare in questa direzione proprio per riportare alla conoscenza più giusta colui che è stato il più grande musicista che noi abbiamo avuto nel campo dell'opera e che D'Annunzio descrisse con queste parole: Pianse ed amò per tutti".

Finalmente il cancello di metallo si apre e tra congratulazioni e abbracci nella migliore tradizione parmigiana ci deliziamo di qualche bicchiere di buona malvasia e dolcetti di una famosa e golosa pasticceria parmigiana non troppo lontana da questo antro fuori dal tempo.

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