SOUNDAY TIMES


Pubblicazione sul mondo del sound design
Non mi sognerei mai di mettre dei doppi vetri alle finestre, perché amo tutti i suoni.

John Cage

I luoghi della musica

intervista ad Alberto Spano

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Mentre il vulcano Eyjafjallajokull ci riempie il capo di cenere, a Bologna sta per cominciare il XXII Festival Internazionale di Santo Stefano. Direttore artistico di questa kermesse che riempie di parole e suono uno dei luoghi più espressivi della città, la Basilica e il Complesso di Santo Stefano (le Sette Chiese), è Alberto Spano. Giornalista, produttore discografico, direttore artistico di diverse manifestazioni musicali, Spano si occupa essenzialmente di musica classica, ma ama proporre eventi fuori dai luoghi deputati, teatri e sale da concerto "perché - dice - ascoltare la musica in un luogo inusuale è l'esperienza dell'inatteso di cui tutti nelle nostre giornate marcate dalla routine abbiamo bisogno".

 

Dal grammofono all'iPod come è cambiato negli ultimi anni lo spazio della musica?

Dopo l'invenzione della radio e del disco, l'approccio ai suoni è enormemente cambiato sia per chi fa musica che per chi l'ascolta. I sistemi di amplificazione hanno dato la possibilità di far musica ovunque, mentre la moltiplicazione dei supporti ha ampliato il modo di ascoltare coinvolgendo l'ambiente esterno, domestico e familiare, ma soprattutto privato e autonomo.

 

Isolando l'ascoltatore...

Sì, ma anche offrendo anche a chi non sa suonare la possibilità di un ascolto più intimo. Le mie prime esperienze musicali le ho fatte nella mia cameretta, dove da bambino mi rinchiudevo per ore per isolarmi dal resto del mondo. Lì, disteso sul letto e quasi sempre al buio totale, ascoltavo a tutto volume il vecchio mangiadishi dei miei, ben presto sostituito da un piccolo impianto stereo conquistato a fatica: ricordo in particolare i vecchi 45 giri di Natalino Otto (una passione di mio padre) e un'incredibile Seconda Rapsodia Ungherese di Liszt suonata dal vivo da Vladimir Horowitz, con tanto di applausi oceanici, in un consunto 45 giri. Ebbene sì, allora si producevano piccoli 45 giri di musica classica destinati ai mangiadischi portatili! Mi creavo così una situazione acustica particolare che mi consentiva di entrare nella profondità della percezione sonora e attraverso un riflesso di estraniazione mi faceva sentire tutt'uno con i suoni.

 

Pensa che il primo ascolto costituisca un sorta di imprinting per le successive esperienze sonore?

Credo di sì. Noi che siamo cresciuti nell'epoca del facile ascolto riprodotto abbiamo una sensibilità all'acustica diversa da coloro che la musica la ascoltavano soprattutto dal vivo. Credo che l'ascolto nella propria cameretta abbia caratterizzato e segnato alcune generazioni di ascoltatori sviluppando uno speciale rapporto di immedesimazione nella musica e nell'interprete. E ancora diverso sarà il modello di ascolto per chi si sta formando nei tempi di Youtube.

 

Com'era l'ascolto in cameretta?

Un ascolto anche ossessivo che andava a fissare ogni minima variazione del fraseggio, ma anche del respiro, dello schiocco della lingua, dell'unghia del dito sul tasto d'avorio del pianoforte o sulla corda della chitarra. Non a caso l'industria del disco ha premiato i musicisti con la fisicità maggiore.

 

Mi fa pensare a Elvis Presley che per primo iniziò ad usare il microfono per amplificare le piccole "imperfezioni" del canto, respiri, sospiri, schiocchi di lingua...

 

Sì, ci sono alcuni interpreti che hanno imparato a cantare e suonare per le nostre stanze. Pensiamo ad esempio a Glenn Gould e alle sue incredibili interpretazioni bachiane al pianoforte. Oppure a Herbert von Karajan che, primo fra i grandi, ha intuito l'importanza della tecnica di ripresa e il rapporto col disco. Oggi penso al pianista Maurizio Pollini, le cui recenti incisioni sono sempre più "fisiche", più ricche di particolari extramusicali, come i rumori del pedale, degli smorzatori, i frequenti mugolii della voce. Nei suoi Notturni di Chopin registrati nel 2005 queste imperfezioni sono quasi insopportabili a qualche purista del suono. L'ascolto in cuffia o nella propria cameretta con lo stereo a tutto volume costituì per una generazione di ascoltatori un rapporto intimo ed esclusivo col mondo sonoro che veicolava quell'osservazione microscopica in cui un passaggio musicale poteva essere ascoltato più e più volte fino a quasi alla distruzione del supporto.

 

 

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Ora finalmente ci sono i CD...

Indubbiamente più comodo andare su e giù con il pulsante, anche se la meticolosità che richiedeva il posizionare il braccio dello stereo sul vinile aggiunge all'atto dell'ascolto la sacralità di un gesto competente, elegante e misurato.

 

Però tra i primi ricordi ci sono anche i concerti.

In realtà pochi hanno la rivelazione della musica attraverso il concerto. Anche i bambini imparano le canzoni dello Zecchino d'Oro dalla televisione o dai dischi. I concerti negli spazi pubblici sono esperienze di tipo adolescenziale che possono essere vissute come singolo o come gruppo. È incredibile come la stessa cosa ascoltata da solo e ascoltata con altri cambi parecchio. La densità acustica/emotiva si diluisce ma al tempo stesso si colora di emozioni non meno cariche di significato.

 

Prima parlavamo di imprinting. Secondo lei le prime esperienze della musica determinano l'approccio del futuro ascoltatore?

 

È difficile generalizzare ma nel mio caso è stato così. Nella mia esperienza c'è stata una giornata importantissima che sicuramente ha influenzato la mia vita. Era il 27 giugno del 1978, avevo 16 anni e nella stazione di Lugo di Romagna, dove allora abitavo con la famiglia, sostò il treno di John Cage. Ero in stazione e quando il treno arrivò c'era John Cage che salutava dal finestrino e ci invitava a salire. C'erano gruppi che cantavano canzoni romagnole, altri suonavano il violino poi ovunque pianoforti e altri strumenti a percussione. Il mio cane, un basset hound di nome Camilla, abbaiò per marcare quello strano territorio acustico fatto di violini e cori popolari che qualcuno stava registrando. Lì per lì l'esperienza mi lasciò perplesso ma divertito. Poi il treno ripartì ed io tornai a casa. Quella sera, però - lo ricordo perfettamente - andai ad ascoltare anche un concerto all'auditorium della pianista polacca Ewa Poblocka, finalista del Concorso Chopin di Varsavia. Credo cha da allora la mia vita sia rimasta sospesa tra il gusto del concerto classico in un'atmosfera raccolta e concentrata e la passione per l'happening, ovvero quelle straordinarie manifestazioni in cui ascoltare vuol dire predisporsi all'incredibile.

 

 

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Poi venne l'edicola...

Sì, negli anni ‘80 i luoghi della musica iniziarono a cambiare. I dischi stessi non si comperavano più nei negozi, seguendo i consigli del commesso o di qualche cliente più esperto ma in edicola, a prezzi decisamente più bassi. Da ragazzo ho comperato spesso queste pubblicazioni ben curate con introduzioni di critici e musicologi prestigiosi. Poi, io stesso sono stato direttore di due riviste, Symphonia e Lyrica, che uscivano in edicola assieme al CD. Quella dell'edicola è stata una vera rivoluzione tutta italiana.

 

Solo italiana?

Il fenomeno si è sviluppato anche in forza della passione degli italiani per la "bazza" (acquisto per poco prezzo di una cosa di grande valore). Quindi oltre che gli appassionati ha indotto molti a sperimentare l'ascolto di cose di cui avevano solo sentito parlare. All'inizio le case discografiche vedevano in questo una concorrenza, poi hanno capito. In pratica si era creato un nuovo pubblico.

Per capire l'importanza anche culturale del fenomeno pensiamo che in Italia ci sono trecento negozi di dischi e trentamila edicole. Quindi un mercato distributivo veramente importante che in pochi anni ha sviluppato un vero rapporto di fedeltà e fiducia. La collezione "Chopin/I più grandi interpreti del poeta del pianoforte" del Gruppo la Repubblica-l'Espresso che ho avuto il piacere di curare, ha registrato un successo strepitoso, sicuramente per l'autore, per la qualità degli interpreti ma anche per il credito che ormai viene tributato ai prodotti "da edicola".

 

Questo nuovo pubblico come ha modificato la scena nazionale?

Difficile dirlo. Comunque, si è scoperto che nella vastissima provincia italiana ci sono moltissimi appassionati di ogni tipo di musica. La scoperta di questo pubblico ha sicuramente favorito l'investimento in piccoli ma preziosi festival e rassegne musicali che hanno vivificato anche dal punto di vista turistico molti luoghi d'Italia.

 

E a proposito di luoghi turistici. Quanto incide il luogo nel successo di un festival?

Assieme al programma, naturalmente, è un fattore molto importante. Un posto suggestivo predispone all'ascolto perché induce a un'esperienza anche insolita. Non si va solo per ascoltare qualcosa che già sappiamo che ci piacerà ma anche per trascorrere una serata "diversa". Non a caso il maestro Menotti  scelse Spoleto per il suo Festival dei Due Mondi. E si pensi al successo di Umbria Jazz dove la sinergia avviene per contrasto tra l'architettura storica e un mood che, malgrado i numerosi e ottimi jazzisti italiani, riconosciamo come d'oltre Atlantico.

 

Qual è il sogno acustico da realizzare?

Organizzare Helicopter String Quartet di Karlheinz Stockhausen a Lugo, dove è nato Francesco Baracca, asso dell'aviazione delle prima guerra mondiale e dove esiste un famoso aeroporto dedicato al volo verticale, intitolato appunto a Baracca. Penso che il genius loci della città contribuirebbe a dare quel qualcosa in più, indispensabile a trasformare un concerto in un evento.

 

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