Armonia Celeste e DodecafoniaMusica e scienza attraverso i secoli
Il fisico Andrea Frova ha
il pregio di saper parlare con chiarezza e semplicità di una
cosa complicata come la fisica. Il suo evidente amore per la musica lo ha
spinto, in questo volume, (Rizzoli 2006) ad indagare la molteplicità degli aspetti
fisici presenti nelle leggi che governano i principi musicali.
Fin qui nulla di male, il
problema è che il professor Frova cerca di stabilire, a partire da
presupposti unicamente soggettivi fatti passare per presupposti
oggettivi e scientifici, ciò che è bello e ciò che non lo è.
Il
volume è diviso in due parti. La prima, più storica, ci spiega l'evoluzione della musica classica e più in particolare dell'armonia. Dalla musica della Grecia antica sino al primo ventennio del '900 ogni cosa è accettata, tutto quello che è avvenuto secondo l'autore è una normale evoluzione dei principi di consonanza e dissonanza che governano le leggi naturali e a cui da sempre la musica ha fatto riferimento.
Purtroppo però arriva un certo Arnold Schönberg che, con i suoi amici e allivi, Alban Berg e Anton Webern sviluppa un'idea compositiva del tutto nuova e rivoluzionaria soprattutto dal punto di vista dei rapporti tra le note. I tre iniziano a produrre e diffondere composizioni e idee adiabatiche.
Questa parola "adiabatica" ci accompagnerà per tutta la prima parte del volume come a voler ricordare saltuariamente al lettore che quello che stà leggendo altro non è che un testo scientifico.
L'indagine estetica però non c'è, quella sociologica, ancora più importante quando
si parla di musica ,è toccata con ragionamenti legati alla crisi e al
disfacimento piuttosto che alla rivoluzione e alla rottura e sempre accompagnata da citazioni di "grandi personaggi" scelte e montate ad hoc per dimostrare che la dodecafonia e il serialismo hanno prodotto musica di cui si potrebbe tranquillamente fere a meno.
Per quelli come me
convinti nel "non è bello ciò che è bello ma è bello ciò
che piace" questi ragionamenti risultano alquanto forzati anche se Frova cerca di spiegarci che questa musica non piace perchè non può piacere.
Troppo spesso in questo
volume ci troviamo di fronte all'affermazione che le musiche "non
convenzionali" non hanno trovato e non trovano una grossa
corrispondenza di pubblico, pur affermando che la possibilità
dell'individuo di comprendere forme musicali complesse (o
profondamente diverse dalla musica tonale classica) sia solo una
questione di abitudine. La conclusione è che, comunque, la natura
dell'uomo comune tende al semplice e la musica va fatta per l'uomo
comune, nongià per un ristretto numero di adepti, musicisti essi
stessi.
Ma si può dare alla
musica tutto questo peso scientifico togliendo contemporaneamente ai
musicisti la possibilità di ricerca e sperimentazione e lasciando al
solo pubblico (tra l'altro in balia del mercato) la scelta di
un'evoluzione musicale?
Già dall'indice del
libro si parcepisce la natura dell'invenstigazione e si colgono
alcune superficialità. Nel capitolo "Ascesa, trasfigurazione e
morte dell'armonia tonale" già drammatico nel titolo, l'autore si
chiede, e chiede al lettore, come si sarebbero comportati i grandi
maestri classici come Bach, Mozart, Beethoven, Schubert all'interno
della "gabbia dodecafonica", non considerando i fattori di
sviluppo storico e sociologico della musica e senza rendersi conto
che già solo tra la musica dei primi due autori citati c'è una
grandissima differenza.
Per l'autore risultano
inconcepibili non solo i movimenti musicali della seconda scuola di
Vienna, con la dodecafonia e il serialismo integrale, ma anche
l'esperienza della musica elettronica che sfocia dalla "sinfonia di
timbri" e quella concreta di Pierre Schaeffer "fatta di suoni e
rumori assolutamente comuni".
Simpatica la visione
secondo la quale "Stokhousen ha provato a scrivere partiture
sulla base della serie de Fibonacci..."
e che "Debussy e Bartòk hanno
strutturato talune loro composizioni rispettando le proporzioni della
sezione aurea". L'utilizzo della matematica - non della
fisica tout court - sembra lodato nei compositori classici e
biasimato in quelli post-tonali o forse il risultato estetico
non è dato dalla formula matematica ma dalla genuinità degli
ingredienti.
Le leggi fisiche giocano
sicuramente un ruolo fondamentale nella costruzione del suono e di
questo non si può non essere consapevoli e ringraziare proprio gli
scienziati come Frova o Pierce che ci hanno dato dei testi
scientifici curati che approfondiscono tali campi; crediamo tuttavia
che si debba essere più cauti nelle affermazione di carattere
estetico e che queste non debbano e soprattutto non possono essere
giustificate attraverso un unico paradigma.
Per il resto il volume è
perfetto, gli ultimi tre capitoli faranno sicuramente la gioia degli
insegnanti dei corsi di acustica dei conservatorii italiani. Un
chiaro e preciso compendio sui meccanismi dell'udito, delle
caratteristiche acustiche e psicoacustiche del suono e delle
implicazione che i fenomeni fisici del suono hanno avuto nello
sviluppo dell'armonia classica.
Il libro risulta nel complesso molto godibile. Anche chi si commuove ascoltando i Cinque Pezzi op.5 di Webern potrà, sorridendo, trarne utilità.
Speriamo che nel prossimo libro, il professor
Frova voglia investigare le implicazioni
psicoacustiche, o forse psichiche, che spingono una significativa minoranza di individui ad
appassionarsi a mondi sonori che non si basano sui principi fisici
della consonanza.
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